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Cellara ieri e oggi...

CELLARA IERI E OGGI

Tratto dal cap. 7 del libro
“Una pagina di storia calabrese:
Cellara attraverso i secoli”
di Don Teofanio Pedretti.
Capitolo redatto da Agata Cesario.

 

 

A circa 12 chilometri da Cosenza, risalendo verso l’altipiano silano, su per la collina a 800 metri di alti¬tudine, tra gli uliveti e i vigneti della piana di Donnici, quasi congiunta a Figline, si trova Cellara.
Le prime notizie risalgono al tempo in cui la Calabria fu terra depredata, assediata, distrutta dalle scorribande saracene che, approfittando della discordia tra Greci e Longobardi, incalzavano, invadendola e predando nei suoi paesi e campagne.
Nel maggio dell’anno 976, per il calendario musul¬mano era il mese di Ramadham del 375, l’emiro Abu-1- kasem, con un grande esercito di siciliani, dopo aver as¬sediato Messina, risaliva attraverso la città di Reggio fi¬no a Cosenza, ponendola a ferro e fuoco; chiesto poi un accordo in denaro, la città assentì ed egli andò «a porre la taglia nella stessa guisa alla “rocca” di Cellara». Troviamo, dunque, Cellara nel testo dell’Amari citata come “rocca”, che al tempo delle guerre saracene doveva rappresentare, secondo le antiche etimologie, un luogo scosceso e fortificato, di non facile accesso.
Che Cellara fosse una “rocca” più o meno fortificata, o più o meno ampia non lo possia¬mo dedurre, né ci soccorrono altre fonti storiche si da precisarlo; certamente servì a quel tempo ai Saraceni co¬me punto di riferimento per porre le loro taglie anche ai “Casali” vicini, che dovevano pagare forti tributi per non essere rasi al suolo.
Da ciò nasce la notizia dell’esistenza e della storia di Cellara, che si ricollega a quella dei “Casali” di Co¬senza, la maggior parte di essi sorti dopo le incursioni saracene e la distruzione della città.
«L’anno 975 segnò la fine di Cosenza», mi¬nacciata da una parte dai Greci collegati con i saraceni di Calabria, e dall’altra dalle truppe confederate di Ot¬tone I e dai Principi Longobardi.
I Saraceni avevano fatto della città un luogo di scor¬ribande sanguinose.
Da una popolazione di circa 120.000 abitanti ne resta¬vano soltanto sei o sette mila che, rifugiandosi nei paesi vicini, ne costruivano altri «su quei monti e su tra quei boschi che erano serviti loro di rifugio».
Sorgevano i “Casali” di Cosenza che secondo il Bar¬rio e l’Aceti, nelle sue annotazioni, contavano circa 100 villaggi; il Fiore ne contava altrettanti e ripartiti in 20 preture unite alla città di Cosenza, come suoi sobborghi, godendo di tutti i privilegi concessi dal Re e dall’im¬peratore.
Anche Cellara risultava “Casale” di Cosenza insieme a «Piane, Figline, Brancolise, S. Stefano...». Piane era ripartita in quattro abitazioni: Piane, Figline, Cellara e Brancolise e così numerose che la sola Figline «s’accresce in 624 fuochi».
In conclusione, Cellara era “rocca” come risulta dal testo dell’Amari, era “Casale” di Cosenza come risulta dal testo del Fiore e come lo stesso Aceti ribadisce: «vi sono inoltre i Villaggi di Cellara, dove esisteva la nobi¬lissima famiglia Fera alla quale bisogna rapportare Camillo Fera del quale si ignora il luogo di nascita».
L’etimologia del nome “Cellara” è stata sempre di¬scussa e varia: si dice deriva da Cella, da Cellari, o da Gelsara.
La moderna storiografia comunque preferisce ricostrui¬re la storia dei luoghi su fatti, notizie, cronache anziché su argomenti etimologici. Ma resta sempre una curiosità rendersi conto delle origini del nome: quello di Cellara potrebbe risalire a Cella o Cellarius.
Cella è il luogo dove vengono riposte le provviste, Cella vinaria (cantina) da cui cellarius, relativo alla dispensa e alla cantina.
Del resto non deve meravigliare che possa essere cellarius o cella il termine radice dato che per il clima e la fertilità del terreno, le campagne erano coltivate a vi¬gneti.
Ma indubbiamente l’etimologia più suggestiva è quel¬la che vuole il nome di Cellara derivante da “Gelsara”, come luogo di coltivazione di gelsi e quindi di alleva¬mento di bachi da seta.
Non è azzardato supporre questa derivazione per il fatto che, Cellara prima di essere casale di Cosenza, fu rocca al tempo delle incursioni saracene. Riferendoci agli studi fatti da Michele Amari sui manoscritti arabi, apprendiamo che la G arabica corrisponde alla nostra C: avremmo perciò Celsara anziché Gelsara.
Apprendiamo ancora dall Amari che nei manoscritti arabi le consonanti doppie non sono ambedue espresse, ma sostituite con un segno ortografico. Si pensa che la “s” di Celsara sia un segno ortografico rappresentante la doppia “1”: avremmo allora Cellara anziché Celsara.
A parte queste costatazioni a carattere etimologico, vi sono quelle di natura socio-economico e ambientali che confermano la derivazione di Cellara da Gelsara.
Troviamo, infatti, negli atti notarili come nelle deli¬bere del Comune che esistevano terreni completamente coltivati a gelsi come il fondo Tripparelle, il fondicciolo Alto Sito di proprietà della Congrega della Stella ed altri...
La coltivazione del gelso fu introdotta a Cellara co¬me in tutta la provincia di Cosenza dai Saraceni, oltre a quella del papiro, del frassino e del cotone. Il gelso (cevuzu) che si coltivava nel nostro villaggio era a fo¬glie larghe, di forma ovale, orlato da denti minuti, di colore verde cupo i cui frutti rossi si mangiavano. An-cora oggi nelle nostre campagne di tanto in tanto se ne intravede qualcuno. I contadini durante la raccolta lasciavano intatta la fronda indispensabile per la vege¬tazione.
L’allevamento dei bachi (Siricu) era riservato alle donne, che lo curavano nelle soffitte, come l’ambiente più idoneo al riparo delle correnti d’aria. Cellara era uno di quei villaggi che dava il suo contributo in seta alla città di Cosenza; l’allevamento dei bachi si è tramandato attraverso le generazioni si da essere per i tempi passati una fonte di guadagno sicuro.
Così il paese entrava nel giro del mercato della seta, nel cosentino, traendo profitto da quel tipo di economia.
Oggi Cellara ha un territorio di kmq. 5,89, di abi¬tanti 525 circa, con le contrade di Riposo, Cancellisi, Destre Inferiore, Diroito di Cellara, Cognale del Piro, Gesuri, Pantano, Porcili, Quaranta, Giardino, Casignano, Piticchia, Contrada Molino, Cancello, S. Domenico.
Da ricordare è la cultura del castagno che, oggetto del¬le sagre, diventa mezzo di unione e di cultura anche con i paesi del circondario; da ricordare è la “Sagra della castagna” promossa dalla Pro Loco nell’anno 1976.
Cellara comunque non rimane un comune isolato: par¬tecipa insieme ad altri paesi della pre-Sila alle iniziative promosse dalla Comunità Montana e la risoluzione dei suoi problemi è vista nel quadro degli interessi più ampi della Regione.
Il paese posto in una situazione geografica di privi¬legio, a poca distanza dalle località turistiche della costa tirrenica (Falerna, Tropea, Gizzeria), e quelle della Si¬la (Lorica, Camigliatello, S. Giovanni in Fiore), si giova dello sviluppo turistico balneare e montano. Esso è in una situazione di privilegio anche perché non è stato contaminato dall’inquinamento che disturba, non poco, l’equilibrio ecologico dell’ambiente.
Per la salubrità dell’aria, la freschezza e purità delle acque nonché la serenità dei luoghi, che una natura in¬contaminata offre, Cellara è meta di turisti ai quali dà tutta la sua ospitalità. Il paesaggio è ricco di vegetazione: querceti, castagneti, faggeti, formano fitti boschi sulla col¬lina non monotona ma interrotta dai borghi vicini e ar¬roccati, dove lo scenario meraviglioso della natura è parte integrante del vivere dell’uomo.
Le genti nuove di Cellara, simbolo della civiltà mo¬derna, mantengono vive le antiche tradizioni locali, civili e religiose che, tramandate da secoli, danno vita a feste ricche di folklore: messaggio di autentica civiltà.
A Cellara verso la fine di agosto fervono i preparativi per la festa votiva del Santo Patrono, organizzata da qualche anno a questa parte dai ragazzi dell’Oratorio Don Teofanio Pedretti, insieme a qualche fedele della parrocchia San Pietro Apostolo: San Sebastiano, e ci si rende conto come ancora le tradizioni rivivono nella loro genuinità e freschezza; ciò che ha sempre entusiasmato grandi e piccoli è “A Pullicinella”.
Le feste, le sagre paesane rappresentano il momento migliore per rivalutare gli aspetti dell’artigianato cellarese.
Non esistono più le donne in costume, con la gon¬nella lunga, nera e arricciata, coperta sul davanti dal grembiule e con il busto attillato sui fianchi che, a secon-da dell’occasione, cambiava colore e tessuto, e con in capo il fazzoletto legato a triangolo che nascondeva i capelli raccolti a treccia sulla nuca.
Come sono scomparsi i telai che le vedevano tessere lunghe “gugliate” di lino o di cotone.
Ma oggi vi è una riscoperta e valorizzazione degli og¬getti antichi come portatori di storia e di civiltà; i vecchi merletti e i bei pizzi di un tempo, di cui si apprezza la raffinatezza e la originalità, erano le nostre più auten¬tiche espressioni artigianali; ora si ripercorre il cammino e non di rado a Cellara si trovano giovinette ricamatrici intente a creare e riprodurre altrettanti ed impegnativi lavori.
Cellara è dunque il passato e il presente, la tradizione e la cultura, la storia e la leggenda, il sacro e il profano; il   processo storico nel suo divenire accomuna uomini, vicende, idee che hanno una sola radice: la terra d’origine.
La vecchia chiesa con il suo campanile domina nel mezzo della campagna. Evoca nomi ed eventi del passato, la civiltà e l’arte si fondono per creare sempre una nuova storia.

Cellara

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